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Fratello Francesco carissimo, di don Antonio Mazzi

 

Fratello Francesco carissimo,

non è maleducazione ma non ce la faccio ad attaccare al tuo nome sostantivi ed aggettivi che con te non c’entrano niente: santità, papa, pontefice.

Non ce li vedo né prima né dopo Francesco.

Basta quello: Francesco!

Ad ogni modo ho preso carta e penna perché ho un “groppo” nello stomaco e nell’anima che mi disturba.

Sono fatto male.

Sono un pastore salvato dalle pecore sbandate e perduto dalle pecore privilegiate.

Se sono ancora prete, con la serenità profonda scaturita dalle mie turbolenze e dai miei sbandamenti, lo devo alla fatica che ho fatto nel recuperare i disperati perché, mettendoli sulle spalle, loro anziché pesarmi mi hanno liberato dal complesso del salvatore e dall’affanno delle fatiche inutili.

Però (e vengo al groppo) da qualche tempo sono entrate sul “palco” le pecore privilegiate e mi sono tornati ancora i pensieri cattivi.

Tira un’aria secondo la quale i problemi della Chiesa finiscono il giorno in cui si sposeranno i preti e i divorziati potranno accostarsi ai sacramenti.

 (segue)

Questi due miracoli o salveranno o affonderanno la Chiesa.

Per cui, nel Sinodo, vincerà o perderà chi risponderà un sì o un no ad ambedue le mirabolanti novità. La stampa, poi, deviante e superficiale come sempre, sottolinea all’infinito questo equivoco, con soddisfazioni economiche e ideologiche sia degli uni che degli altri.

Grazie a Dio, a te, non importa niente.

Vai per la tua strada, o meglio vai per la strada che lo Spirito ti suggerisce, però io rimango con il groppo sullo stomaco.

Lo Spirito che ti ha scaricato a S. Marta, in barba a tutti, non dovrebbe anche iniziare il secondo tempo?

Lì dentro da te (sono passato sotto S. Marta in settembre) nessuno crede che gli scarti facciano la storia.

Eppure i dodici erano dodici “scartini” ed hanno cambiato il mondo.

Posso dirti, anche tu sei sportivo, che non sono mai terminate partite al primo tempo, salvo terremoti.

Quindi il secondo tempo deve arrivare, il tempo dei rapporti umani veri.

“Il coltivare e custodire non comprende solo il rapporto tra noi e l’ambiente, tra l’uomo e il creato, riguarda anche i rapporti umani.

Noi stiamo vivendo un momento di crisi: lo vediamo nell’ambiente, ma soprattutto lo vediamo nell’uomo.

La persona umana è in pericolo, c’è una grande urgenza di ecologia umana.

Le persone vengono scartate come se fossero rifiuti”.

Questa cultura dello scarto tende a diventare mentalità comune.

Caro Francesco, se il Sinodo ha un significato e un obiettivo è qui che dobbiamo arrivare.

La misericordia, il perdono, l’aborto, il divorzio, non possono essere fini a se stessi.

Gridare che la persona, anche l’ultima persona del mondo, vale il Vangelo intero, lo puoi fare solo tu.

E sai che ti dico: una volta i luoghi dello scarto erano i quartieri poveri, le galere, le officine, i lavori pesanti.

Oggi sono diventati ambiti dello scarto le chiese, le famiglie, gli adolescenti, chi non la pensa come noi.

Il potere, il narcisismo, l’emarginazione, sono occasioni prelibate per palati indottrinati.

E alle società più avanzate dal punto di vista tecnologico, della tutela dei diritti e dell’assistenza alle fasce più deboli della popolazione, non gliene importa niente.

Recuperare l’esclusione, per chi sia scartato, pare un percorso più che impervio, quasi improbabile. E, ovunque, sembra che l’umanità fatichi non poco a rintracciare modalità di convivenza possibili per tutti.

Il cuore di noi preti e religiosi non è né caldo né freddo, e tu sai bene che fine fanno i tiepidi. L’eresia borghese ci ha addormentati, indolenziti.

Ci siamo accomodati sugli scranni che Lui aveva sbattuto fuori dal tempio.

Le nostre canoniche, i vescovadi, i conventi sono vergognose bugie che trionfano nel nome della dignità dei pastori, in offesa al Fondatore che non aveva una pietra sulla quale posare il capo.

Come gli ebrei nel deserto ci siamo costruiti una specie di divinità, l’abbiamo relegata in tabernacoli-prigione, ricchi di ori, argenti, candelabri, tendine, ricami.

Che Cristo c’è lì dentro?

Un Cristo che serviamo ad ore, attenti a non entrare nei tempi supplementari e a non infrangere

l’orario appiccicato sul portone della chiesa.

Una messa troppo lunga, adorazioni eucaristiche notturne, veglie, rosari?

Meglio una candela elettrica davanti alla statua della Madonna.

Ci pensa lei, supplisce, accesa.

Uscire, andare, camminare, abolire le due tuniche, rincorrere le pecorelle smarrite, non facciamone una mania!

Ormai siamo vecchi: bronchiti, stanchezza, igiene mentale, siamo sempre meno.

Preti sì, ma tu caro Francesco, ci vuoi martiri, eroi.

Non basta essere preti?

Tu vieni da un altro mondo e capisci poco dell’occidente.

Fai il Papa, santifica un po’ di gente, gira il mondo, fai le tue comparsate in piazza San Pietro.

La gente vuole questo… un sorriso, un buffetto e così sia.

Le Beatitudini si possono applicare in tanti modi.

C’è povertà e povertà, tenerezza e tenerezza.

La chiesa non è mica argentina e Dio va sempre servito con grande dignità.

E a me il groppo mi distrugge.

Vedo la tua solitudine, sento il tuo dolore, ascolto quello che non dici, sogno quello che vorresti, aborrisco la carboneria ermellina.

Però, tira dritto e allungami una benedizione.

 

don Antonio Mazzi (un grande!)

http://www.exodus.it/index.html